Anno nuovo, #incipit nuovo!

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Il 2018 ha visto la sua prima luce e quale miglior modo di iniziare un nuovo anno se non scrivere l’incipit di una nuova storia? Ho pensato di coinvolgere buona parte degli autori con i quali ho instaurato una collaborazione, e che quindi conosco nella loro veste creativa, in una specie di “gioco letterario”, un piccolo esperimento per analizzare i diversi approcci alla scrittura partendo da elementi comuni. Ho chiesto a ognuno di immaginare di essere il protagonista del loro prossimo romanzo/racconto e di scriverne l’incipit in modo spontaneo, senza rifletterci troppo su, partendo dalle seguenti indicazioni:

Sei il/la protagonista del tuo prossimo romanzo/racconto. Ti trovi in una stanza poco illuminata, sei seduto/a a un tavolo e di fronte vedi una piccola finestra rettangolare. Appeso alla parete di destra, un orologio segna le quindici in punto; alla tua sinistra si trova una imponente cassapanca in legno, di fattura antica. L’unica porta, alle tue spalle, è chiusa a chiave.

I dettagli che ho fornito agli autori sono volutamente poco definiti, per dare a ognuno la possibilità di interpretare e adattare il contesto alla propria ambientazione. Unica regola: il protagonista deve essere realmente l’autore stesso, non un personaggio ideato, ma l’autore in ogni aspetto.

Prima di tutto, sono rimasta piacevolmente stupita per quanti mi hanno dimostrato interesse non solo partecipando a questa iniziativa, ma anche rispondendomi con entusiasmo nel giro di pochissimo tempo, nonostante il periodo dell’anno particolarmente delicato e, per molti, giustamente, sinonimo di riposo. Questo non può che simboleggiare il fatto che la scrittura non è vista come un obbligo o un lavoro da cui staccare il cervello, ma come un piacere in cui rifugiarsi anche e soprattutto in un momento di pausa.

Ciò che mi dà particolarmente soddisfazione, in questo piccolo gioco di scrittura creativa, è che ho potuto riscontrare come tutti i partecipanti abbiano davvero messo loro stessi in ogni singola parola, in ogni respiro, in ogni immagine portata in scena. Con rispetto e delicatezza, hanno afferrato ogni dettaglio e l’hanno fatto loro, plasmandolo alla loro anima.

C’è chi ha immaginato di risvegliarsi improvvisamente stordito in un luogo sconosciuto, chi ha pensato alla stanza di un bambino chiuso nella sua oscurità, chi ha interpretato le quattro mura come le pareti della cambusa di una barca ancorata al nord dei Caraibi, chi ha immaginato di essere un condannato nella cella di un carcere, oppure chi si è visto come un ghostwriter costretto a scrivere “L’incipit del secolo” sotto minaccia. C’è chi ha ipotizzato che la stanza indicata fosse un luogo di rifugio, per la scrittura o per i pensieri, chi è stato assassinato all’imbrunire, chi ha raffigurato il ricordo cristallizzato del nonno in un luogo senza tempo, chi ha immaginato un mondo futuristico e distopico e chi uno fantasy medievale, chi infine ha realizzato un’opera d’arte in un’ora scandita dall’orologio a parete.

C’è perfino chi ha sentito il bisogno di dare un titolo a questo piccolo esercizio, forse volendo imprimere ancora di più il senso dei propri pensieri.

Ogni incipit ha una storia racchiusa in sé, un nuovo inizio. L’inizio di un nuovo romanzo o di un racconto, oppure solo l’inizio di una nuova esperienza, semplicemente. Quello che posso dirvi con assoluta certezza è che ogni autore ha racchiuso il proprio cuore in poche righe, trasmettendomi emozioni a ogni parola, e per questo li ringrazio uno a uno.

Ora sta a voi scoprire queste fantastiche penne e deliziarvi delle loro idee.

Grazie di cuore Alberto Tronchi, Alice Scanavini, Antonella Cavallo, Cristina Azzali, Emanuele Fardella, Enrico Pasotti, Fabio Tacchi, Fabrizio Accorsi, Gino Benvenuti, Jacopo Montrasi, Kempes Astolfi, Lucio Franco Ambrosi, Marcella Ortali, Marco Felici, Mario Grasso, Massimo Bernardi, Michele Crispino, Nuwanda, Paolo Passerini, Salvatore Gagliarde e Viola Morgagni per la genuinità, il trasporto e l’entusiasmo che mettete nella vostra scrittura.

Di seguito, i ventidue incipit (rigorosamente in ordine alfabetico per nome) tutti da leggere! 😉

 

Ventiquattro ore per scrivere il destino del mondo, e quindici sono già andate nel vuoto, senza che una sola parola sia uscita da queste mani. Davvero mi è così difficile immaginare che ne sarà della sorte di milioni di persone? In fondo non è ciò che facciamo ogni volta che scriviamo una storia? Prendiamo in mano il fato di alcuni personaggi, ne uccidiamo altri e usiamo tutto a nostro uso e consumo, nella costante ricerca di cristallizzare un mondo che non c’è, finché non gli diamo luce.
Scoprire che ogni mondo immaginato esiste per davvero è come scoprire di essere un serial killer dalla doppia personalità, e realizzare di aver già ucciso più volte nell’illusione di aver fatto vincere il protagonista. Perché anche dopo il calare del sipario il dolore rimane, la mancanza di chi non c’è più resta ad affliggere chi è rimasto.
La consapevolezza che ciò che scriviamo è dannatamente reale, di essere Dio, non ti rende immune dal rimorso.
Mi alzo per sgranchirmi le gambe, mi affaccio alla finestra e loro sono ancora là, immobili che mi osservano.
In attesa.
La verità è che probabilmente, qualcuno ha scritto di me, chiuso in una stanza a decidere le sorti del mondo.
Mi siedo, un profondo respiro, inizio a scrivere.

Alberto Tronchi

 

 

Apro gli occhi e il cuore inizia a martellarmi nel petto, in preda alla paura e all’ansia.
“Dove sono?”
Sollevo il viso dal tavolo e la testa inizia a pulsare come il mattino dopo una notte passata in discoteca tra fiumi di alcol e balli scatenati. Anche se serate così sono solo un ricordo lontano per me.
Mi porto una mano alla fronte e mi accorgo di avere un taglio vicino all’attaccatura dei capelli. Sono appiccicati, probabilmente a causa del sangue che ho perso.
Strizzo più volte gli occhi sperando di riuscire a mettere a fuoco. La stanza è illuminata solo da una fioca luce che entra dalla piccola finestra che ho di fronte. Alla mia destra vedo un orologio che segna le quindici in punto. Una cassapanca in legno occupa invece metà della parete alla mia sinistra.
Mi manca la saliva e sudo freddo.
“Cosa diavolo è successo?”
Ricordo di aver portato mia figlia a scuola, ricordo di aver portato mio figlio da mia mamma, ricordo di aver chiamato mio marito per avvisarlo che sarei andata a casa a scrivere, eppure questa non è la mia camera e soprattutto questa non è casa mia.

Alice Scanavini

 

 

La campana della chiesa batterà tre rintocchi sordi, tra cinque minuti, ma l’orologio a parete segna le tre in punto. Qualche passo, tre giri di chiave e il clangore dei cardini alle mie spalle annuncerà il suo ingresso. Il bagliore che filtra dalle maglie fitte delle sbarre, lassù in alto, disegna giochi obliqui sulla cassapanca. Mi basterebbe allungare il braccio sinistro per toccarla. Immagino la mia mano scorrere sugli intagli del legno antico, scendere verso la maniglia e sollevare il coperchio.
Ero certa che non sarebbe mai successo. Non a me. Non in questo momento. Non in questa vita.
Ho ancora qualche minuto. Qualche minuto, tre forse. Tre minuti e qualche secondo, prima che tutto cambi…

Antonella Cavallo

 

 

La giovane si svegliò di soprassalto, facendo stridere le gambe della sedia sull’assito del pavimento. Aveva sognato di cadere e il suo corpo, pur se intorpidito, aveva reagito di conseguenza.
Si era addormentata, nell’attesa, sfinita dal viaggio fino al castello; il suo fisico non era certo allenato a sostenere spostamenti così lunghi, né a privarsi delle comodità di una fissa dimora per giorni e giorni. Sbadigliò, senza preoccuparsi di coprire la bocca con una mano; dopotutto, pensò, non c’era nessuno in quella stanza che potesse giudicarla per quel gesto poco elegante.
Si guardò intorno: la luce che filtrava dalla piccola finestra rettangolare, posta di fronte al tavolo al quale sedeva, era flebile e grigiastra; non ebbe bisogno di affacciarsi per capire che stava ancora piovendo, ma lo fece comunque, spinta dalla curiosità. La stanza che le avevano concesso come alloggio si trovava ai piani più alti di una torre che dava direttamente sul cortile interno del castello; la ragazza scorse le sagome di alcuni uomini a cavallo, ma non avrebbe saputo dire se fossero gli stessi che l’avevano scortata fino a lì: parevano piccoli come formiche. L’altezza finì per darle le vertigini e dovette allontanarsi dalla finestra, prima di avere un mancamento.
Alla sua destra, notò allora due ceri accesi, posti su un basso mobile coperto da un drappo di stoffa rossa: il livello della fiamma indicava che era ancora pomeriggio. Spostandosi verso l’estremità opposta della stanza, il suo sguardo venne poi colpito da un’imponente cassapanca in legno massiccio, decorata con motivi floreali e fregi di raffinata bellezza. La giovane vi si accostò e iniziò ad aprire tutti i cassetti, trovandoli, con sua grande delusione, insolitamente e completamente vuoti.
All’improvviso, il suo stomaco mandò un lamentoso gorgoglio, come a ricordarle che non aveva toccato cibo dall’alba. Pensò quindi di scendere nelle cucine del castello, alla ricerca di qualche avanzo del pranzo al quale non aveva potuto prendere parte, addormentata com’era, ma quando raggiunse la porta della stanza e abbassò la maniglia, scoprì di non poter uscire. Una sottile agitazione iniziò a crescere in lei, mentre provava e riprovava a muovere la maniglia su e giù, senza risultato. Quella porta non era semplicemente incastrata; era chiusa a chiave.
Ma per quale motivo avrebbero voluto imprigionarla in quella stanza?

Cristina Azzali

 

 

Fu una brutta esperienza uscire dal sonno e ritrovarmi catapultato in quel posto senza neanche sapere come ci fossi finito, seduto a un tavolo con un abat-jour di carta velina rossa, la cui luce rendeva spettrale tutto l’ambiente. Poco a poco ripresi coscienza e stralci di ricordi del giorno precedente riaffiorarono nella mia testa dolorante. Intuii subito cosa potesse essere accaduto.
Mi girai di scatto verso la porta chiusa della camera, con un salto la raggiunsi e afferrai freneticamente la maniglia ma non si aprì.
Non sapendo cos’altro fare mi avvicinai al davanzale per dare un’occhiata fuori della finestra, e qualcosa attirò subito la mia attenzione.
Un uomo.
Ma non un uomo qualsiasi.

Emanuele Fardella

 

 

Mi sono risvegliato una decina di minuti fa seduto presso un tavolo che non conosco. Da allora non ho fatto che osservare il quadrante dell’orologio, appeso a una parete della stanza in cui mi trovo: la lancetta segna le quindici. Non le tre. Le quindici. La corona dei numeri riporta per intero le ventiquattro ore della giornata, fatto curioso. Sento il ticchettìo degli ingranaggi ma non vedo indicatori di minuti e secondi. Solo una lancetta dalla foggia elaborata, simile all’Asso di Picche, che tocca il quindici.
Nella stanza c’è una finestra. Fuori è buio, anche se l’orologio giura che siamo a metà pomeriggio. Forse il Sole sta mentendo. Mi avvicino all’unica porta, tiro la maniglia. Chiusa. Rifilo qualche spallata finché non faccio mio il concetto di solidità. Nella stanza c’è una vecchia cassapanca che ammicca verso di me, ma io torno all’amico segnatempo: l’Asso di Picche che dichiara le quindici, il Sole bugiardo… Sfilo la lancetta dalla sede centrale e sorrido vedendo che si tratta di una chiave, la infilo nella toppa della porta e giro tre volte, finché la serratura non scatta. Apro l’uscio ma non varco la soglia; torno invece a sedermi al tavolo, in attesa che il mio carceriere si manifesti e che mi dica cosa avrei trovato nella cassapanca, se avessi commesso l’errore di guardarci dentro.

Enrico Pasotti

 

 

Che cazzo ci faccio qui? Ok… ok… Devo cercare di stare calmo e ragionare. Ero in giro a fare la solita passeggiatina pomeridiana con il cane. Ero al parco, nei pressi del grande olmo, vicino alla fontanella. Ricordo che era brutto tempo e che l’aria aveva l’odore di terra bagnata. Ricordo che ho alzato gli occhi e mi sono messo a guardare le nuvole mentre il cane era occupato a fare quello che doveva fare. Poi il buio. Questa è l’ultima cosa che ho visto. E ora questo, che diavolo di posto è? Non lo conosco. La sensazione è quella di essermi appena svegliato da un’anestesia e c’è un piccolo problema: non riesco a muovere un fottuto muscolo. Fortunatamente posso ancora respirare e roteare gli occhi. Bene. Ora faccio un bel respiro profondo e mi guardo intorno, deve esserci una spiegazione a tutto questo. La stanza è rettangolare, c’è una sola finestra, proprio di fronte a me, oltre il tavolo di ciliegio intarsiato dove le mie mani sono bloccate, aperte a palmi in giù. Io sono in posizione seduta, con la schiena dritta come dovrei sedermi di solito e non faccio mai, su una sedia di legno scuro, con i braccioli a forma di zampa di leone, alla mia sinistra c’è una cassa di legno, dall’aspetto antico e dietro le mie spalle riesco a scorgere una porta chiusa. Ok, non ho mai visto questo posto e non so nemmeno che ore sono. Sono partito da casa che erano da poco passate le 16, ora saranno più o meno… ma certo, l’orologio! Che stupido. Proprio accanto alla finestra c’è un grosso orologio a pendolo che segna le 2:59 e, a giudicare dalla debole luce del sole che entra dalla finestra, mi dice che in realtà sono le 14:59. Questo vuol dire che ho perso quasi una giornata della mia vita?! Impossibile. “Din don! Sveglia dormiglione, sono le 15 in punto! È ora di iniziare il gioco!”… Oh cazzo.

Fabio Tacchi

 

 

La finestrella rettangolare sopra la mia testa, l’unica priva di cortine, lascerebbe filtrare una luce sufficientemente forte da permettere di vedere i dettagli dentro la stanza/cambusa della barca. Ma il velo di una problematica congiuntivite che dura da tre lunghi mesi, rende la luce così fioca, che vedo solo ombre prive di dettagli. La sensazione è quella di stare seduto dentro una cella di isolamento. Un frigorifero portatile bianco, di fattura e di usura antiche, funziona anche da sedile di fronte a un tavolino che non si vede perché ripiegato contro la parete. Sopra, ci sarebbe posto per un orologio, che, se ci fosse, segnerebbe le quindici in punto, l’ora, cioè, di maggior luce, in questo ancoraggio dei Caraibi nord-occidentali. Ma non c’è, perché da quarant’anni, dopo un soggiorno di sei mesi in India, non abbiamo più un orologio, nemmeno al polso. La porta sulla sinistra è in realtà un portellone sempre aperto, sempre aperto giorno e notte, anche quando andiamo nel vicino villaggio maya a fare la spesa, lasciando la barca ancorata dov’è, alla fonda. Mi alzo, perché la barriera luminosa, che mi impedisce di vedere oltre la porta, sta diventando opprimente. Salgo i quattro scalini verso il pozzetto. Mi siedo per osservare, fuori, come posso, il mondo.

Fabrizio Accorsi

 

 

Pomeriggio di una fredda giornata invernale

Seduto a un tavolo guardo la finestra chiusa davanti a me. Divisa in quattro parti da due listelli orizzontali di legno, attraverso i vetri appannati lascia intravedere un cielo grigio e uggioso. Annoiato decido di aprire la cassapanca custode di varia roba mia messa alla rinfusa. Tra vestiario, asciugamani, arnesi rintraccio dei tubetti di colore, un pennello, una tavolozza e una chiave che metto in tasca. Una volta richiusa la sposto sotto la finestra. Porto la mia mano aperta sulla parte più bassa del quadrante di sinistra e ne definisco i contorni; dopo, salendo sulla cassapanca, dipingo sul pannello superiore una luna con la gobba a destra e un cielo stellato. Mi fermo, guardo e sono soddisfatto; proseguo. Negli altri due quadranti dipingo una famigliola di funghi di vari colori e sopra delle nuvole divise da una saetta. Constato solo adesso che i vetri decorati occultano la visuale all’esterno, ma non me ne pento borbottando “danno un po’ di colore a questa stanza disadorna e triste”. In questo momento l’orologio segna le sedici.

Gino Benvenuti

 

 

Credo sia la fine.
Sento rumori di passi, fuori dalla porta. La sentenza verrà eseguita tra dieci minuti: alle 15:00 in punto. Accendo l’ultima sigaretta. Mi sembra ieri che mi hanno preso. Il processo poi, una farsa! Sommario e sbrigativo, istruito in una ex palestra. Cinque “salvatori della patria” a guardarmi con un’espressione torva mentre snocciolano paroloni quali “sovversivo”, “denigratore”, “sobillatore”. Non ho fatto altro che scrivere un libro. E questi uomini mi hanno condannato a morte. Traditore della Patria, l’accusa. Ho sempre creduto nel potere delle parole, e per la legge del contrappasso, le parole mi hanno dato potere: il potere di smuovere la gente contro questo governo infame, quello di dare voce a chi dagli angoli delle strade urla la sua voglia di riscatto. Sono passati tre mesi dal Colpo di Stato, e siamo già arrivati alla riammissione della pena di morte. Assassini. La cassapanca, qui, nella stanza, porta i segni delle incisioni dei condannati, un ultimo pensiero custodito nel legno, un ultimo monito affidato al mondo. Inciso con cinture, penne, unghie, sangue. Scavato con disperazione, ferocia, paura, rabbia. Ne leggo alcune, prima di mettermi al lavoro sul legno. Parlano di volontà di Dio, di rassegnazione, di serenità nell’andare alla morte, di voglia di giustizia. Speranze senza ali.
Una chiave gira nella toppa. Sono qui, maledetti.
Un ultimo sguardo al mio testamento di legno, mentre mi trascinano fuori.
Le lettere brillano, umide di fresca incisione: Io vivrò, per sempre.

Jacopo Montrasi

 

 

L’incipit del Secolo

Non avrei mai potuto credere che potesse andare in questa maniera. Va bene scrivere per emozionare le persone, passi pure diventare famoso a livello planetario… Ma mai mi sarei aspettato di fare il Ghostwriter di un noto criminale. Come ho fatto a trovarmi in questa situazione? Sono nelle mani di un pessimo soggetto che rapisce la mia famiglia e minaccia di ammazzare tutti se non scrivo “L’incipit del Secolo” per il suo libro che, presumo, poi dovrò anche scrivere. E mi ritrovo qui, all’inizio di una storia, di nuovo, con l’enorme pressione di dover salvare la vita ai miei cari. Per fortuna ho le mie idee, la mia creatività, è tutto ciò che sono. E ancora una volta, conto di uscire da una situazione ai limiti del surreale, grazie a ciò che so fare meglio: emozionare le persone.

Kempes Astolfi

 

 

La delicatezza del mio onore è stata insultata, ho visto assai stizzosa la padrona di casa: mi ha chiuso in una stanza che mi evoca la cella del Conte di Montecristo, con in più il tempo… che però mi pare si sia fermato. Vedo solo alternarsi la luce con le tenebre. E quel baule, che visto da fuori porta in sé i segni e i caratteri del passato, dentro nasconde, forse, le strade della libertà che infatti, non si conoscono, non si vedono. Chissà se si è fermato anche il tempo!?

Lucio Franco Ambrosi

 

 

È successo di nuovo, per l’ennesima volta.
D’altronde ormai dovrei conoscermi e dovrei saperlo. Appena ho conosciuto il piccolo Stefano ho capito subito che appena avrei avuto modo di farlo avrei aperto quella porta e sarei entrata, chiudendomi a chiave, dentro al suo mondo fantastico. Per conoscerlo davvero, per capirlo, per riuscire a comunicare con lui non ho alternativa, se non quella di osservare la sua storia racchiusa dentro quella cassapanca di legno.
Antica.
Come antiche e primordiali sono le emozioni che lo tengono rinchiuso e bloccato.
Da solo.
Affacciato a quella piccola finestra.

Marcella Ortali

 

 

Chiuse gli occhi, come faceva ogni giorno. Sapeva a memoria quella stanza ma la immaginò di nuovo in tutti i suoi particolari. L’orologio che segnava le 15, la cassapanca in legno alla sua sinistra, la finestrella, appena più di una fessura, di fronte a lui. Immaginava, e quasi sentiva, il fascio di luce pomeridiana penetrare la stanza e colpirlo, con dolcezza, sulla guancia destra. Teneva i palmi intrecciati e appoggiati sul tavolo di fronte a lui, gli dava una sensazione di calma sfregarli lentamente l’uno contro l’altro. Era così che riusciva a riflettere. Da qualche anno ormai aveva adibito quella stanza della casa, volutamente essenziale, a luogo di evasione da tutte le sue frenesie. Le paure, come le passioni, le gioie e le preoccupazioni, rimanevamo tagliate fuori dalla stanza, prive della chiave con cui, con religiosa sistematicità, serrava ogni volta la porta dietro di lui.

Marco Felici

 

 

Non lo faccio mai, ma questa volta la porta l’ho chiusa a chiave. Non voglio che entri nessuno, né i bambini e neppure Tex, il labrador più bello del mondo. Lei, invece, non sarebbe entrata nemmeno con la porta aperta: sono le tre del pomeriggio e alla pennichella non sa rinunciare. La calura della controra la tengo fuori grazie agli scuri socchiusi della finestra. Per vedere mi basta la piccola lampada da tavolo, quella comperata al mercatino delle pulci: funziona ancora! Le bozze da rivedere possono aspettare ancora un po’: le ho messe nella cassapanca, quella recuperata dalla casa dei nonni: è l’unico mobile che i bambini non riescono ad aprire, troppo pesante per loro. Mi siedo al vecchio tavolo di ciliegio e accendo il computer: non vedo l’ora di collegarmi al blog Sogni di carta!

Mario Grasso

 

 

 

Io non so cosa ci faccio qui. Non ricordo nulla. Devo essermi addormentato, e qualcuno deve avermi messo in questo stanzino buio che sembra una prigione, non ho altra spiegazione. Strano che abbia le mani libere e non legate da un paio di manette, o da una corda. L’orologio alla parete riesco a leggerlo, segna le quindici, ma non so di quale giorno. Un vecchio modello dell’IKEA che avevo uguale nel mio ufficio, quando facevo ancora parte del mondo. Potrebbe essere passato molto tempo dall’ultima volta in cui ho visto la luce del giorno. Forse sono qui per una ragione, e la ragione può essere una soltanto: fare i conti con me stesso. In quella vecchia cassapanca di legno intarsiato dev’esserci la chiave di tutto. Forse aprendola scoprirò qualcosa che mi darà in qualche modo una scossa, un input: le foto sparse delle mie vite precedenti che mi apriranno un ventaglio di tutti gli errori commessi, o quella giacca di pelle che ho smesso di portare all’improvviso. Oppure sarà un profumo, un odore, l’impronta delle mani lasciata sulla farina di un qualche lontano tavolo da cucina. La sua voce, l’ultima volta che l’ho sentita. O quello sparo che squarcia il silenzio della notte facendomi perdere all’improvviso l’innocenza… Non riesco a restare un minuto di più fermo su questa sedia senza sapere cosa c’è lì dentro.

Massimo Bernardi

 

 

In questo grande castello diroccato, la porta della stanza chiusa a chiave alle mie spalle mi mette una grande angoscia: ecco, ora entra qualcuno con un grosso coltello da cucina in mano e giù a piantarmi coltellate nella schiena. E dalla finestra di fronte a me, l’ultimo raggio di sole che chiude la giornata e va via!

Michele Crispino

 

 

L’orologio a pendolo appeso alla parete segna le quindici.
Ricordo che lo scorrere del tempo, cadenzato da quei rintocchi, mi rendeva felice. Quando si è piccoli non si vede l’ora di diventare grandi. Una volta adulti, invece, si vorrebbe fermare ogni istante. Mio nonno è morto e quelle lancette sono rimaste immobili. Fisse in una contemplazione asettica. La cassapanca in legno, di fattura antica, contiene ancora le sue cose. Ho chiuso la porta a chiave. La luce fioca delle candele rischiara le tenebre della stanza e un’aria lieve mi accarezza il viso. Proviene da quella piccola finestra rettangolare che ho di fronte. Occupo un posto a un tavolo vuoto. Nemmeno una tovaglia copre quelle rughe scavate nel legno. Si invecchia senza più nascondersi. Non è il corpo che dovremmo curare, ma la nostra parte interiore, l’anima, quella che ci permette di essere nei pensieri di chi ci ama. Prendo la mia penna e un foglio bianco. L’inizio di una nuova storia.

Nuwanda

 

Il monitor del PC rifletteva il caratteristico riverbero nella stanza buia; il documento Word era aperto da più di due ore e, a parte qualche parola, era ancora immacolato. Scrollo la testa e mi porto le mani sul viso stanco, mentre mi sento soffocare dallo sconforto. Sulla parete di lato un orologio – Cristo Santo, sono già le 15? – scandisce il lento incedere del tempo con un ticchettio sommesso, martellante e quasi fastidioso. Non me la sto passando bene, anzi, a essere sincero mi sta andando veramente tutto da schifo. I soldi stavano finendo e se non mi veniva qualche idea per un nuovo romanzo, l’editore mi avrebbe stracciato il contratto e, parole sue, ti mando a pulire i cessi! Mi restavano poco meno di tre mesi per buttare giù i quattrocentomila caratteri che avrebbero dovuto comporre il romanzo di cui, al momento, non esisteva nemmeno un’idea allo stato embrionale. Non che avessi mai sofferto della sindrome da pagina bianca o del blocco dello scrittore, ma questa volta era tutto diverso. A malincuore alzo la testa per guardare la piccola finestra sulla parete di fronte che era sempre stata la mia compagna durante le giornate passate a scrivere. Quel rettangolo sul muro era, letteralmente, una finestra sul mondo. Quando l’agenzia mi aveva proposto quel bilocale, me ne ero innamorato subito; e quella piccola stanza, che originariamente doveva essere la camera da letto, era diventata invece il luogo dove scrivevo, la mia tana, tant’è che era mia abitudine chiudermi a chiave. Una mia piccola mania. L’unica cosa che il proprietario aveva lasciato era un vecchio baule di legno che se ne stava, indisturbato e immobile, posizionato contro la parete di sinistra. Avevo tentato di aprirlo ma una grande serratura mezza arrugginita ne bloccava l’apertura. E come la finestra, anche questa cassapanca era diventata la mia compagna mentre scrivevo. Fino a qualche giorno fa. All’inizio non ci ho fatto caso, ma poi, con il passare del tempo, dall’interno del baule provenivano dei rumori; anche adesso sento questo scricchiolio come se qualcosa grattasse sulle pareti interne della cassapanca.

Paolo Passerini

 

 

mmm… Dio, che mal di testa. Mi si spacca. Che diavolo mi è successo? Ma soprattutto, dove sono?
Manca solo un dettaglio per completare gli stereotipi da romanzo hard boiled: ho le mani legate dietro la schiena. Che accidenti significa? Seduto a poca distanza da un tavolino, il formicolio alle mani mi avvisa che sono in questa posizione già da un pezzo. La bocca è impastata e secca.
Dovrei aver paura, lo so, ma sono troppo intontito e la testa mi manda ondate di dolore giù per la colonna vertebrale. Solo che davvero non mi ricordo un fico secco. Eravamo tutti insieme, ci stavamo divertendo e alzando un po’ il gomito e poi…
Buio. Accidenti a questa penombra, non riesco a riconoscere il posto. Ma gli occhi si stanno abituando all’ambiente. È una struttura di tempi andati, con pareti massicce e il soffitto alto e a vela. L’orologio sulla parete di destra segna le 3 in punto. Dalla piccola finestra rettangolare di fronte a me filtra una luce fioca da pomeriggio invernale, cielo buio e livido.
Sono stato qui tutto il giorno? Accidenti, non ricordo niente, se non che eravamo in casa e Luca era arrivato da poco mentre io, Flavio e Max eravamo già alla seconda bottiglia di prosecco. Era ieri sera però. E poi?
Il mal di testa non è da alcol, ho battuto la testa, o sono stato colpito. Sento un dolore sordo nella parte posteriore sinistra.
L’ambiente e la posizione mi farebbero pensare che potrei essere stato arrestato, e quindi questo potrebbe essere l’antico palazzo che ospita la questura, ma i polsi sembrano bloccati da filo elettrico o una fascetta di plastica da elettricista.
Sento alle mie spalle un pesante chiavistello girare mentre una porta di apre, lasciando entrare una lama di luce al neon che illumina la parte sinistra della stanza, dove scorgo una imponente cassapanca in legno di fattura antica. Mentre la porta si richiude e qualcuno entra, un brivido di terrore mi percorre tutto il corpo.

Salvatore Gagliarde

 

 

Che follia, l’abolizione della diversità. Che sciocca idea, che l’Uomo sarà migliore cancellando tutte le frontiere. Che marionetta impazzita, l’Uomo che non è più né dentro né fuori, l’Uomo connesso in rete che è in tutti i luoghi e quindi in nessun luogo veramente, l’Uomo Senza Frontiere, l’automa spersonalizzato che è allo stesso tempo qui e lì, bianco e nero, cristiano e musulmano, maschio e femmina, vecchio e giovane; che su un pezzo di schermo vive una partita allo stadio Bernabéu, su un altro una esecuzione sommaria dell’ISIS, e su un altro ancora una vacanza da sogno alle isole Seychelles: il nuovo Uomo virtuale.
Non basta buttare via la TV e bruciare i giornali, per difendersi dal contagio. Per ricominciare a essere uomini, bisogna costruire delle difese, delle barriere forti: mentali, culturali certo, ma anche fisiche. Spesse mura, impenetrabili a ogni suono. Porta chiusa a chiave, a catenaccio, apribile solo da dentro. Finestrella per far passare la luce, ma senza vista sulla folla. L’indispensabile per sopravvivere una settimana, pane, acqua e formaggio, nella cassapanca. Niente TV, radio, giornali, cellulare, connessione Internet. Spazio bloccato dalle mura, tempo bloccato da un orologio fermo che segna sempre le tre.
Ecco che nel silenzio l’Uomo-massa, lentamente, ritorna Uomo; gli slogan si allontanano, il pensiero creativo ritorna, e con esso la consapevolezza della propria unicità. La mente non segue più i cammini predisposti dai manipolatori della massa, ma trova strade nuove, uniche; e dove non le trova, le crea.
Il sentiero di Dio, lo chiamavano i monaci medievali: O beata solitudo, o sola beatitudo.
Sono pronto per scrivere.

Stefano Nocentini

 

 

Tenendo gli occhi chiusi riuscivo a percepire perfettamente il ticchettio della pioggia sull’asfalto. Pioveva ininterrottamente dalla mattina e ogni tanto una raffica di vento ululava tra le chiome degli alberi, staccando le foglie arancioni dai rami e facendole danzare vorticosamente fino a terra, in un balletto confusionario e vivace. Ogni tanto aprivo un occhio per gettare lo sguardo verso la piccola finestra rettangolare di fronte a me. La tenda bianca con i merletti rossi aveva ormai assunto una sfumatura giallognola. Mi alzai facendo leva con le mani sul tavolo e guardai a destra: l’orologio segnava le quindici in punto. Non potevo più temporeggiare, il momento era giunto: mi diressi verso l’imponente cassapanca che giaceva alla mia sinistra. Il cuore batteva sempre più forte mentre il mio indice percorreva l’incisione a forma di “V” intarsiata nel legno di noce. Sfilai la chiave color oro dalla tasca dei jeans, la infilai nella serratura della cassapanca, inspirai profondamente e l’aprii di colpo…

Viola Morgagni

 

 

 

 

 

4 pensieri su “Anno nuovo, #incipit nuovo!

    1. Grazie di cuore giuje1516! 🙂 Sono felice che ti siano piaciuti gli incipit, merito dei tanti autori che hanno partecipato a questa iniziativa con grande entusiasmo, mettendosi in gioco senza riserve! 😉

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